Pier Luigi Gambetti

Il professor Pier Luigi Gambetti ci racconta da Cleveland la sua esperienza di medico, ricercatore e docente universitario negli Usa.

Dall’Italia tanti ‘cervelli in fuga’: assieme a questo illustre ‘imolian’ cerchiamo di capire il perché

 

L’incontro con Pier Luigi Gambetti

Lo abbiamo incontrato in occasione di una sua visita a Imola, tempo fa, e si è dimostrato persona disponibilissima, tanto da darci una mano nella ‘ricerca’ di altri imolesi impegnati in Usa nella ricerca.

Il professor Gambetti ha lasciato Imola per gli Stati Uniti nel 1966 e nell’altra parte del globo ha portato la sua cultura, la sua intelligenza, il risultato dei suoi studi in Italia, proseguendo negli Usa la sua attività di ricerca e affiancandola all’insegnamento universitario e all’attività clinica.

Tanto per citare uno dei suoi tanti punti di eccellenza, ricordiamo che nel 1992 Gambetti assieme alla moglie Lucy e al suo gruppo di ricerca, e in collaborazione con il professor Lugaresi della Clinica Neurologica di Bologna, ha scoperto la mutazione genetica e la proteina anormale di una nuova malattia chiamata da lui stesso e dal professor Lugaresi ‘insonnia famigliare fatale’. Nel luglio scorso Gambetti ha invece identificato e caratterizzato una nuova forma di demenza. Entrambe queste nuove malattie ed altre che Gambetti ha caratterizzato – ci spiega lui stesso – fanno parte del gruppo delle malattie da prioni comunemente conosciute come ‘morbo della mucca pazza’: <Da anni mi occupo dello studio di queste malattie, che hanno destato grande preoccupazione perché sono infettive e invariabilmente fatali. L’interesse scientifico delle malattie da prioni è che l’infettività non è dovuta a virus o batteri, ma alla presenza di proteine chiamate prioni, che hanno come una doppia personalità. Sono una specie di Dr. Jekill e Mister Hyde… qui però le proteine cattive vincono, trasformano quelle buone e causano la malattia. Fin dall’inizio mi sono giovato dell’aiuto di tanti bravissimi studiosi Italiani che hanno trascorso anni nel mio laboratorio, dando un contributo essenziale. Tra questi il dottor Piero Parchi, figlio di uno dei primari di Cardiologia dell’Ospedale di Imola e il dottor Alberto Bizzi, figlio di mia sorella Alessandra, ora noto neuroradiologo all’Istituto Carlo Besta di Milano, ma visitatore frequente degli Stati Uniti e tuttora mio collaboratore.

Il periodo imolese

Questo nostro illustre concittadino ha conseguito la maturità al liceo classico Rambaldi di Imola e si è laureato in Medicina e specializzato in neurologia all’Università di Bologna nel 1964. Presto ha lasciato la nostra città, anche su invito di un suo docente, il professor Lugaresi, che lo aveva seguito durante la specialità.

<Naturalmente mantengo un attaccamento profondo per l’Italia e Imola. A prescindere dalla mia famiglia e dagli amici che ricordo con affetto, Imola ha sempre occupato una parte importante nella mia vita con le sue storie, i personaggi e i luoghi della mia epoca. ‘Patatlano’, con il quale feci un anno delle elementari, ’Lino l’americano’ con le sue incredibile conquiste, ‘Zizì’ e le sue tecniche sul ring e poi le Acque Minerali, dove molti giovani Imolesi facevano le prime esperienze, i balli studenteschi del sabato pomeriggio al Circolo Socialista e le conversazioni al Bar Rocchi con descrizioni dettagliate di prodezze amatorie che parevano eccedere i limiti della fisiologia umana.

Ma, a causa delle sue dimensioni e forse del carattere Imolese, il dono più importante che Imola mi ha dato è stata l’opportunità, da studente, di frequentare ed avere come amici coetanei che già lavoravano, insegnandomi il rispetto per il lavoro manuale, la comprensione per i meno privilegiati e l’assurdità delle classi sociali>.

Cervelli in fuga

Ma Gambetti ha lasciato l’Italia; come al solito, un ‘cervello in fuga’. Da cosa… e perché? E’, questo, un interrogativo che il professor Gambetti si è posto spesso, da quando Lugaresi gli offrì la possibilità di andare inizialmente in Belgio con una borsa di studio ad approfondire le conoscenze di Neuropatologia: <Cominciai a leggere sulla ricerca in neurobiologia fatta negli Stati Uniti e per me diventò come una necessità assoluta visitare e avere un’esperienza di lavoro in un laboratorio di quel paese. Arrivato negli Usa mi sentii in un altro mondo, un mondo tutto basato sulla fiducia, non sui diplomi e sui certificati… e senza i baroni, dove uno come me, appena arrivato, poteva avere un colloquio con un ricercatore famoso. Era il 1966, in Italia la ricerca biomedica avanzata praticamente non esisteva. Gli Stati Uniti attraversavano un periodo di grandi investimenti ed espansione delle Università e della ricerca. Harvard era un polo dove affluivano ricercatori da tutto il mondo, pieni di entusiasmo, idee e progetti. I fondi sembravano senza limiti e così le opportunità di trovare borse di studio o posti ben remunerati. In breve, alla fine dei sei mesi, quando sarei dovuto rientrare in Italia, avevo un posto universitario, una moglie e una casa>.

Gambetti ha iniziato la carriera universitaria americana al Dipartimento di Patologia dell’University of Pennsylvania School of Medicine, dove ha ricoperto il titolo di ‘Associate Professor’. Nel ’77 ha ricevuto l’incarico di professore e direttore della Divisione di Neuropatologia alla Case Western Reserve University School of Medicine a Cleveland. Dal 1997 dirige anche il centro nazionale statunitense per la sorveglianza sulle malattie umane da prioni. Continua a lavorare a Cleveland, ma trascorre con la moglie molto tempo a New York. Le due figlie e una nipote si trovano invece in California e Oregon.

Quali differenze tra l’America di oggi e quella che Lei ha incontrato arrivandovi?

<In questi anni l’America è cambiata tanto e non sempre in meglio. Le fratture tra Stato e cittadino iniziate con il Vietnam e proseguite in seguito, il logorio del voler essere sempre e dovunque la superpotenza e l’apparente mancanza di grandi leaders hanno portato alla perdita di parte di quell’innocenza e generosità illimitata che tanto avevo ammirato quando arrivai. Così pure quella meritocrazia pura e senza invidia, che permette di realizzare appieno le proprie capacità e che avevo sperimentato agli inizi della carriera si è poi mostrata un po’ meno ferrea quando, salendo verso il vertice, si comincia a entrare in diretta concorrenza con nativi che contano. Pur con difetti e limitazioni, gli Stati Uniti rimangono un paese affascinante… e poi forse siamo alla vigilia di un nuovo grande cambiamento.

E allora…  perché si fugge? <E’ incredibile come l’Italia permetta a persone tanto qualificate di andarsene senza più far ritorno, come si possa con tanta facilità perdere dei talenti, e non parlo per me ma dei giovani, ce ne sono a centinaia sparsi nel mondo. Il fenomeno è serio e importante. Due esempi. Una neolaureata della scuola normale superiore di Pisa, la scuola d’élite Italiana dove si studia quasi interamente a spese dello Stato, mi diceva recentemente che l’80% dei laureati del suo corso si era trasferito come lei all’estero. Il premio al ricercatore di maggior successo sotto i 40 anni è stato recentemente vinto da un Italiano che si è trasferito in Germania per completare gli studi universitari, insoddisfatto dell’Università Italiana. Lo Stato italiano deve assolutamente creare infrastrutture che diano la possibilità di rientrare ai giovani che fanno esperienza all’estero. La soluzione è semplice, anche se in Italia non facile: Creare posti di ricerca a tempo pieno, ben remunerati e dotati di fondi, basati strettamente sul merito. Trasformare, come negli Usa, le Università in imprese dove i fondi che un ricercatore consegue dallo Stato includono una porzione a parte che va all’Università, il cui bilancio trae quindi vantaggio dalla presenza di bravi ricercatori. Questo crea un incentivo ad assumere i ricercatori migliori, sconfiggendo così il sistema delle raccomandazioni>.

Molti altri tra i ‘nostri’ imolesi all’estero hanno dato le stesse indicazioni per motivare la loro partenza, qualcuno ha anche sottolineato come i sistemi di selezione in Italia scoraggino chi vale per premiare magari… i soliti raccomandati. Molti se ne vanno con rammarico, certi di aver ricevuto dall’Università italiana un’ottima preparazione di base, ma non hanno trovato tutto quello che poi sarebbe servito loro per metterla a frutto. Almeno due dei nostri ‘imolians’, fra l’altro, hanno espresso la loro amarezza nel vedere i loro sforzi e le loro fatiche sui libri vanificati da successivi concorsi ‘pilotati’, il che li ha portati ad andare a valorizzare all’estero le competenze acquisite in patria.

Ed ecco allora, come sottolinea Gambetti, l’esodo verso gli Stati Uniti, il Canada, la Germania, l’Inghilterra, paesi che dai nostri ‘cervelli’ traggono poi vantaggio, poiché questi italiani lavoreranno allo sviluppo di quel paese anziché a quello del nostro.

In Europa il professor Gambetti effettua spesso viaggi di lavoro, in Italia torna sovente anche per via delle sue collaborazioni mai chiuse con un’equipe bolognese e per incontrare fratelli e nipoti. Non tutti sono rimasti a Imola… Un nipote, ad esempio, è a Londra e lo abbiamo ‘conosciuto’ su queste pagine nel febbraio del 2007: Franco Bizzi.

m.ad.m.

 

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